«Nella manovra ci saranno 4200 contratti di specialistica in più. Di fatto ci stiamo avviando verso un intervento strutturale». E sulla Calabria: «Sono mortificato, soprattutto da medico, nel vedere la mia regione in queste condizioni»
«I nostri medici sono richiestissimi fuori dai confini nazionali: se non si riescono ad incentivare forme di premialità e di equo riconoscimento delle specializzazioni, continueremo ad avere professionisti sanitari che si formeranno nelle nostre università ma eserciteranno in altri Stati». Parola di Carmelo Massimo Misiti, medico, deputato e membro della Commissione Bilancio di Montecitorio per il Movimento Cinque Stelle, che illustra a Sanità Informazione le principali novità in ambito sanitario della manovra di Bilancio 2021.
Misiti annuncia che presenterà un emendamento affinché, oltre all’incremento dell’indennità di esclusività della dirigenza medica e di specificità infermieristica, ci sia un riconoscimento anche per le altre professioni sanitarie impegnate in prima linea nell’emergenza Covid.
Amaro il suo commento sulla questione della sanità calabrese, la sua terra: «Sono davvero mortificato, soprattutto da medico, nel vedere la mia regione in queste condizioni. Oggi noi ci troviamo nella cosiddetta zona rossa, soprattutto per l’incompetenza di chi doveva decidere e non ha deciso o ha deciso male, e l’emergenza ha portato alla ribalta nazionale quello che i calabresi vivono ogni giorno sulla loro pelle».
Onorevole, partiamo dai soldi: la manovra prevede un miliardo in più al Fondo sanitario nazionale. Cosa andranno a finanziare questi soldi?
«Purtroppo da fine febbraio siamo in piena emergenza pandemica e i soldi previsti in Legge di Bilancio serviranno, di fatto, ad ottemperare a tutte le iniziative intraprese per contenere il virus Sars-Cov-2, riconoscendo una premialità a medici e infermieri, e spero che con qualche emendamento possa essere esteso anche agli altri professionisti sanitari. A tal proposito, posso anticiparle che ho già preparato un emendamento per correggere il vuoto che si è creato. Sarà poi previsto il finanziamento dei nuovi contratti di formazione specialistica. La manovra, inoltre, interviene nel sostenere la copertura economica della nuova spesa relativa all’esecuzione di tamponi antigenici rapidi da parte dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Senza dimenticare, ovviamente, tutti gli interventi infrastrutturali e di ammodernamento tecnologico, oltre ai contributi necessari per contribuire alla riduzione delle liste d’attesa delle prestazioni sanitarie».
La manovra prevede il finanziamento di altri 4.200 contratti di specialistica in medicina per il 2021. Come si può lavorare per renderli strutturali?
«Intanto c’è da dire che l’intervento inserito in legge di Bilancio consentirà la stipula di 4.200 nuovi contratti e sicuramente non è poca cosa, che andranno a sommarsi ai 9200 nuovi specializzandi già ammessi al primo anno di formazione specialistica. Uno degli ulteriori obiettivi sarà quello di aumentare l’accesso alle Facoltà di Medicina e Chirurgia visto che abbiamo toccato con mano la necessità di avere un servizio sanitario più efficiente. Inoltre, l’intervento previsto rifinanzia ulteriori contratti per tutto il quinquennio fino al 2025. Di fatto ci stiamo incamminando verso un intervento strutturale».
Nella Legge di Bilancio c’è un’importante inversione di tendenza sul fronte stipendi: saranno alzati quelli dei medici ed è prevista una indennità per gli infermieri. Sarà sufficiente per invogliare i professionisti ad entrare nel SSN?
«In questi anni abbiamo sofferto la fuga di medici ed infermieri, non è mistero della carenza di personale medico nel servizio sanitario nazionale. C’è sempre stata un’idea sbagliata della sanità, si pensa al Servizio sanitario come semplicemente un costo e questo ha determinato, per troppi anni, che tale rimanesse anche nella compilazione delle leggi di Bilancio. La sanità italiana, nonostante l’idea malsana che si percepisce nel dire comune, resta la migliore al mondo e i nostri medici sono richiestissimi fuori dai confini nazionali: se non si riescono ad incentivare forme di premialità e di equo riconoscimento delle specializzazioni, continueremo ad avere professionisti sanitari che si formeranno nelle nostre università ma eserciteranno in altri Stati. E questo sarà un ulteriore costo, dato dalla formazione, con conseguente perdita: noi stiamo provando ad invertire la rotta, è un percorso lungo ma questo Governo ci sta provando».
Nella manovra c’è una importante misura sulla mobilità sanitaria. Ci può spiegare di che si tratta?
«L’intervento si è reso necessario per la regolazione dei flussi finanziari tra le singole regioni e province autonome, derivanti dalle prestazioni sanitarie rese a carico del Servizio sanitario regionale in favore di cittadini residenti in un’altra regione, operata sulla base dei dati relativi all’erogazione delle prestazioni nell’anno precedente rispetto a quello oggetto di riparto delle risorse del finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Insomma per dirla con parole semplici, interveniamo per rendere ai sistemi sanitari delle regioni, che erogano un servizio a cittadini residenti in altre regioni, il costo del servizio fornito».
Non posso non farle una domanda sulla sua terra, la Calabria. Undici anni di commissariamento non hanno risolto i problemi, cosa bisognerebbe fare?
«Intanto preciso che gli anni di commissariamento sono 13, perché ci sono stati i due anni di commissariamento con la Protezione civile quando il presidente della Regione era Scopelliti. Come ho detto più volte e continuo a dire, per risolvere l’amara vicenda della sanità calabrese ancor prima dei nomi serve la voglia di occuparsi di sanità e farlo con onestà e competenza. Non si tratta di guerriglia al fronte sui nomi ma di valutazioni delle necessità. Il più grave dei problemi, per quanto visto in queste settimane, è stata la mancanza di un’idea futura di sanità, con dei piani operativi aderenti alle necessità del territorio, dove non ci sia una distinzione tra fame di potere e distribuzione di posti di comando, ma volontà di risolvere i problemi di chi sta male. Dico sempre che non ci serve una sanità fatta da persone con conoscenze ma da conoscenza. Sono davvero mortificato, soprattutto da medico, nel vedere la mia regione in queste condizioni. Oggi noi ci troviamo nella cosiddetta zona rossa, soprattutto per l’incompetenza di chi doveva decidere e non ha deciso o ha deciso male, e l’emergenza ha portato alla ribalta nazionale quello che i calabresi vivono ogni giorno sulla loro pelle: quando non si assumono medici e infermieri, quando occorrono attese lunghissime per una banale visita medica, quando gli ospedali vengono chiusi o, ancora peggio, quando gli ospedali vengono abbandonati al degrado nonostante qualcuno avrebbe dovuto intervenire per renderli efficienti. La sanità, come dicevo prima, non può essere percepita meramente come un costo, ma deve essere l’anello principale dell’intero sistema Italia. Una sanità che funziona vuol dire una sanità che sappia sì curare ma che sappia anche prevenire, perché migliorare la salute del cittadino vuol dire migliorare l’intero sistema socio-economico del Paese. Ogni calabrese ha diritto ad avere una sanità pubblica che funzioni, che lo curi, che lo salvi, una sanità a cui affidarsi e affidare i propri cari. Chi ha gestito la sanità calabrese in tutti questi anni non lo ha mai capito».
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato