Più il riscaldamento globale aumenterà, più l’aria che respiriamo sarà secca. A pagarne le conseguenze saranno le nostre vie respiratorie, anche se siamo persone perfettamente sane. Le vie respiratorie di chiunque, infatti, se esposte ad aria secca corrono un rischio maggiore di disidratarsi e infiammarsi, due condizioni che creano terreno fertile per asma, rinite allergica e tosse cronica. La correlazione è stata evidenziata dal team di ricercatori coordinato da David Edwards, della Johns Hopkins University di Baltimora (USA), in uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment.
Gli scienziati hanno dimostrato, come si legge nell’introduzione della ricerca che “l’evaporazione dell’acqua assottiglia gli strati di muco delle vie aeree, comprimendo le cellule epiteliali durante la respirazione. Esperimenti con cellule tracheali-bronchiali umane confermano che l’esposizione all’aria con gradi progressivi di secchezza – umidità relativa del 95%, 60% e 30% a 37 °C – provoca un progressivo assottigliamento dello strato di muco, rispettivamente, del 5%, 35% e 58%”, evidenziano gli autori. I dati sono frutto di un’esposizione in vitro delle cellule dell’epitelio bronchiale, quelle che rivestono le vie aeree superiori, all’aria secca. Dopo l’esposizione, le cellule sono state valutate per lo spessore del muco e le risposte infiammatorie. Le cellule esposte a lunghi periodi di aria secca, con un deficit di pressione di vapore elevato, hanno mostrato muco più sottile e alte concentrazioni di citochine infiammatorie.
“La secchezza dell’aria è critica quanto la presenza di inquinanti, e gestire l’idratazione delle vie aeree è essenziale quanto gestirne la pulizia”, commenta David Edwards. Le conclusione degli scienziati confermano, dunque, la teoria secondo la quale l’assottigliamento del muco si verifica in ambienti con aria secca e può produrre una compressione cellulare sufficiente a innescare l’infiammazione. “I risultati suggeriscono che tutte le mucose esposte all’atmosfera, inclusa la mucosa oculare, sono a rischio in ambienti disidratanti”, conclude Edwards.
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