“Inserire informazioni dettagliate e inequivocabili sulle etichette dei prodotti caseari a latte crudo, per proteggere i consumatori e responsabilizzare i produttori”. Lo chiedono Marco e Sonia dell’Associazione “Un Trenino Per Elia”, genitori del piccolo deceduto lo scorso anno a soli tre anni, dopo aver consumato un prodotto caseario a latte crudo contaminato da Escherichia coli e aver sviluppato la Sindrome Emolitica Uremica (Seu). “La malattia è prevenibile, basta saperlo”, sottolineano i due genitori ascoltati in Commissione Affari sociali della Camera, per l’esame in sede referente delle proposte di legge recanti “Modifica all’articolo 8 del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, in materia di etichettatura dei prodotti caseari a base di latte crudo”.
La mamma e il papà del piccolo Elia, chiedono “un’etichettatura obbligatoria per i prodotti caseari a base di latte crudo, per avvertire i consumatori dei pericoli, in particolare per le categorie più vulnerabili come bambini, donne in gravidanza e persone immunodepresse. Da maggio dello scorso anno, solo a Genova, sono successi altri tre casi di Seu”. I genitori, inoltre, suggeriscono che “le scuole siano vigilanti nell’offrire formaggi o yogurt non contaminati da batteri. Un’etichettatura chiara non solo protegge la salute dei consumatori – proseguono – ma tutela anche i produttori, riducendo i rischi legali e le perdite economiche. Inoltre, una filiera produttiva garantita e sicura, che segua rigorosi controlli igienici, potrebbe ridurre ulteriormente il rischio di contaminazione. A nostro avviso, il batterio Escherichia coli può persistere nei prodotti a latte crudo fino a sei mesi, con una significativa diminuzione della carica batterica intorno ai nove mesi. Per garantire una sicurezza completa, la stagionatura di almeno 12 mesi sarebbe ideale per i prodotti destinati a consumatori vulnerabili”, concludono.
Del medesimo parere anche la dottoressa Gaia Scava, dell’Istituto Superiore di Sanità: “Rafforzare la comunicazione ai consumatori e colmare il divario normativo che esiste tra la produzione di latte destinato al consumo diretto e quello utilizzato per i formaggi” è la strada indicata dall’esperta dell’Iss. “La sorveglianza sulla sindrome emolitico-uremica (Seu) – ricorda – è attiva dal 1988 grazie alla collaborazione con la nefrologia pediatrica e, successivamente, formalizzata in un registro con l’obiettivo di documentare le cause della patologia. Tuttavia, identificare l’origine di casi sporadici risulta complesso a causa del numero limitato di episodi. Le informazioni raccolte negli ultimi decenni hanno evidenziato la presenza di bambini che avevano consumato formaggi a latte crudo – continua – ma la prova microbiologica che collega direttamente un alimento all’insorgenza della Seu rimane difficile da ottenere. Secondo fonti ufficiali come l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), il rischio legato all’esposizione ai formaggi a latte crudo non è trascurabile”. Per una valutazione efficace del rischio e l’adozione di misure adeguate, gli esperti Iss suggeriscono di rafforzare la sorveglianza con un supporto normativo più strutturato. “Determinare un intervallo di età per definire il rischio presenta dei limiti – aggiunge – l’ultimo focolaio in Francia, per esempio, ha coinvolto solo adulti. Inoltre, la stagionatura non garantisce l’eliminazione dei batteri, poiché essi possono essere presenti anche in prodotti a lunga maturazione – conclude -. La riorganizzazione della sorveglianza su Stec e Seu è in corso, ma necessita di un solido supporto regolatorio per essere realmente efficace nella protezione della salute pubblica”.
Per Germano Mucchetti, ordinario di Scienze e tecnologie alimentari presso l’Università di Parma è “essenziale rivedere i criteri di classificazione dei formaggi a latte crudo, basandosi non solo sulla stagionatura, ma anche su un’accurata valutazione delle tecniche di lavorazione impiegate. Ritengo sia più che opportuno informare del pericolo e del rischio le persone fragili, con un’etichetta dedicata, che avverta dei pericoli e dei rischi legati al consumo di questi prodotti”. Secondo l’esperto, è fondamentale informare adeguatamente i consumatori più vulnerabili tramite un’etichettatura specifica, che avverta dei pericoli e dei rischi legati al consumo di questi prodotti: “Il consumatore può non avere consapevolezza che sta acquistando un formaggio fatto con latte crudo. Purtroppo esistono formaggi a latte crudo che sono a rischio, per quanta attenzione sia stata apposta alla produzione del latte e alla trasformazione del latte in formaggio”.
Attualmente, la classificazione dei formaggi a rischio si basa sulla durata della stagionatura. Tuttavia, Mucchetti segnala una lacuna nelle normative, in quanto “non esiste una definizione chiara del confine tra media e lunga stagionatura, rendendo difficile applicare un criterio uniforme. Esistono formaggi a latte crudo freschi che sono microbiologicamente sicuri, come alcune mozzarelle, ma non tutte. Allo stesso modo, ci sono formaggi stagionati oltre 9-10 mesi che possono risultare ancora vettori di batteri patogeni come Escherichia coli o altri”, avverte l’esperto. Mucchetti sottolinea infine che la durata della stagionatura non può essere l’unico criterio per determinare la sicurezza dei formaggi a latte crudo. La stagionatura, infatti, ha un ruolo accessorio e dipende dal tipo di lavorazione. “Se la produzione non prevede operazioni in grado di stressare i batteri patogeni, la stagionatura, anche prolungata, non è sempre efficace nel ridurre il rischio”, conclude.
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