Grasselli (responsabile anestesia e terapia intensiva): «Fase due più complicata. Necessario individuare ospedali Covid, padiglioni e percorsi distinti e modulare le terapie farmacologiche»
Per vincere un nemico occorre conoscerlo al meglio. È quanto stanno cercando di fare al Policlinico di Milano dove, dopo aver messo a punto uno studio sull’identikit dei pazienti Covid più gravi e sull’evoluzione della malattia, stanno ora lavorando per comprendere l’impatto che può avere sui pazienti l’intubazione per tempi prolungati, ma anche per migliorare i protocolli e le terapie. Primo firmatario dello studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association, il professor Giacomo Grasselli, responsabile dell’anestesia e terapia intensiva del Policlinico di Milano.
«Nelle otto settimane dall’inizio dell’epidemia sono passate dalle terapie intensive dei 70 ospedali del network lombardo quasi 4mila pazienti. Lo studio di cui parliamo ha analizzato i primi 1500, che sono pazienti con età mediana di 63 anni, quindi metà sono più vecchi, altri meno, alcuni sono molto giovani. Sono prevalentemente maschi, quasi per l’80%, e molti di loro avevano almeno una patologia cronica preesistente. Metà sono ipertesi e altri hanno cardiopatie e ipercolesterolemie o patologie croniche. Di fatto, la quasi totalità di questi malati ha necessità di iperventilazione e intubazione invasiva. Il 26% dei pazienti è deceduto, ma ciò che abbiamo evidenziato è che il follow up, ovvero il periodo di osservazione, è stato molto breve. Ciò significa che c’è da aspettarsi che la mortalità dei pazienti ricoverati con Covid-19 in terapia intensiva sia più alta, come poi si sta riscontrando in altre casistiche nel mondo».
Secondo i dati dei ricercatori, in circa l’80% delle persone positive l’infezione da Covid-19 si manifesta con sintomi lievi, come febbre e tosse secca, che non richiedono cure particolari. Nel 20% dei casi invece la malattia si sviluppa in modo più serio, soprattutto a livello respiratorio, tanto da richiedere il ricovero in ospedale. Una percentuale variabile tra il 5% e il 15% dei pazienti ricoverati ha poi difficoltà a respirare così gravi da aver bisogno della terapia intensiva, dove l’80% circa dei pazienti deve essere intubato, mentre i restanti hanno comunque bisogno di un supporto tramite mascherine per l’ossigeno o caschi per la ventilazione C-PAP. L’impatto della malattia è davvero rilevante: anche se porta al decesso una percentuale molto bassa di tutte le persone risultate positive, nei pazienti più gravi la mortalità è del 49%: in pratica una persona su due ricoverata in terapia intensiva non sopravvive al contagio.
Ora però si guarda alla fase due anche nel Sistema sanitario, e il professor Grasselli non nasconde una certa preoccupazione per le tante incognite che ancora riguardano il virus: «Da un punto di vista gestionale e organizzativo – spiega – la fase due si presenta più complicata. Sarà necessario individuare ospedali o padiglioni dedicati al Covid e negli ospedali sarà necessario individuare bene percorsi separati tra pazienti Covid positivi e non. Quindi dal punto di vista delle terapie intensive è uno sforzo organizzativo molto importante, anche perché quello che è veramente difficile da prevedere è come si comporterà l’infezione e il virus: se ad esempio ci saranno ancora delle ondate epidemiche, se saranno meno intense di queste o più prolungate. Sarà indispensabile capire meglio i fattori di rischio per lo sviluppo della forma più grave della malattia e i fattori associati, in modo tale da poter selezionare meglio i pazienti che devono essere ospedalizzati prima o che prima devono ricevere un certo tipo di trattamento. Questo è indispensabile per la terapia ventilatoria, perché se è vero che la ventilazione meccanica salva la vita, è altrettanto vero che può anche peggiorare il danno polmonare e quindi è importante sapere in che modo usare il ventilatore e come ventilare il paziente in modo adeguato», fa notare Grasselli.
«Poi c’è tutta la parte della terapia farmacologica che noi stiamo via via modulando man mano che impariamo a conoscere questi pazienti e impariamo a conoscere i meccanismi che rientrano nel quadro di questa malattia che probabilmente è innescata dall’infezione virale, ma che poi è sostenuta da una risposta esagerata del sistema immunitario. Quindi gli antivirali sono importanti, ma quando si innesca un’azione infiammatoria immunitaria, hanno un ruolo fondamentale altri farmaci come antinfiammatori, cortisone, farmaci inibitori delle citochine. In più, si è visto che la malattia ha un rischio trombotico molto elevato, quindi ci stiamo spostando verso la necessità di anti coagulare i pazienti. Insomma – conclude il professore – stiamo imparando, col tempo, a conoscere meglio i meccanismi della malattia e ad adeguare le nostre scelte terapeutiche».
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