In meno di 30 anni, dal 2021 al 2050, le persone colpite dal Parkinson in tutto il mondo aumenteranno del 112%, sfiorando quota 25,2 milioni. La causa numero uno è l’invecchiamento della popolazione. Il quadro della situazione emerge da uno studio pubblicato sul British Medical Journal e condotto nel dipartimento di neurologia del Tiantan Hospital di Pechino. Il Parkinson è la malattia neurologica il cui numero totale di casi e la disabilità associata crescono più che in qualunque altra malattia.
I ricercatori hanno utilizzato i dati del Global Burden of Disease Study 2021 per stimare la prevalenza della malattia di Parkinson in 195 Paesi e territori dal 2022 al 2050. È emerso che entro il 2050, vi sarà un aumento dei casi in tutte le regioni considerate, in particolare nei Paesi moderatamente sviluppati. I ricercatori prevedono che l’invecchiamento della popolazione sarà il principale motore (pesa per l’89% dei nuovi casi) di questo aumento, seguito dalla crescita demografica. Stimano che la prevalenza della malattia di Parkinson per tutte le età raggiungerà 267 casi per 100mila nel 2050 (243 per le donne e 295 per gli uomini), con un aumento del 76% rispetto al 2021.
Si prevede che il maggior numero di casi si registrerà in Asia orientale (10,9 milioni), seguita dall’Asia meridionale (6,8 milioni), il minor numero di casi in Oceania, Australia e Nuova Zelanda. L’aumento più pronunciato dei casi sarà nell’Africa sub-sahariana occidentale (+292%, ovvero quasi quattro volte maggiore), mentre gli aumenti minori (+28%) sono previsti nell’Europa centrale e orientale, a causa della crescita demografica negativa. Si prevede che le persone di età superiore agli 80 anni avranno la prevalenza più alta (2087 casi per 100mila) nel 2050, mentre il divario di casi tra uomini e donne è destinato ad aumentare a livello globale da 1,46 nel 2021 a 1,64 nel 2050. Infine, i ricercatori stimano che l’aumento dell’attività fisica potrebbe ridurre il numero futuro di casi di Parkinson: “È urgente che la ricerca futura si concentri sullo sviluppo di nuovi farmaci, tecniche di ingegneria genetica e terapie di sostituzione cellulare volte a modificare il decorso della malattia e a migliorare la qualità di vita dei pazienti”, concludono gli studiosi.
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